Non credo che il mio lavoro sia necessario; eppure devo farlo. È il moto riflesso della mia resistenza contro l’orrore, il ridicolo, il buio inestricabile del mondo interiore ed esteriore, è l’espressione naturale della mia gioia per il dono dell’esistenza e del mio dubbio sul valore di questo dono, è una parte talmente essenziale di me che dovrei rinnegare me stesso se volessi rinnegarlo. Può anche darsi che non mi mancherebbe la voglia di farlo, ma non avrei la forza.
Alfred Polgar
Cristina Pennavaja
Scrittrice

INFORMAZIONI
Sono nata a Roma il 26 aprile 1947 in casa della mia amata nonna Cristina Bucci. Mezz’ora prima era venuta al mondo la mia gemella Angela. La nostra madre davvero materna fu zia Emma. Ho vissuto con i genitori Anna e Salvatore Pennavaja in Via delle Fornaci, ospitati dai nonni paterni; dal 1951 nel quartiere Prati. Siccome la mamma (laureata in chimica come mio padre) insegnava nella scuola, ci iscrisse in un Istituto dotato di pullman che ci prelevasse a casa la mattina: il collegio delle Suore Carmelitane della Carità sul Lungotevere. Lì mia sorella e io abbiamo studiato dall’asilo a tutto il ginnasio. (Suore spagnole franchiste; consorelle italiane democratiche. Nell’insegnamento quel collegio fu ottimo. Come preparazione a una vita serena lo fu di meno). Quindi il Liceo statale Dante Alighieri: tre anni di studi classici. Fra i miei professori più validi: Rosa Rossi, che divenne poi docente universitaria di Ispanistica (lei straordinaria per erudizione e capacità di unire poli diversi), la bizzarra ma bravissima professoressa Sajeva e il poeta Marino Piazzolla. Nel 1970: Laurea in Filosofia presso l’Università La Sapienza, 110 e lode. Ho avuto insegnanti molto bravi: il filosofo Guido Calogero (allievo di Ugo Spirito), il linguista Tullio De Mauro, Emilio Garrone di Estetica, il professor Visalberghi che mi chiarì il significato del mio cognome, il professor Gabriele Giannantoni in Storia della Filosofia Antica, il sociologo Franco Ferrarotti fra molti altri. Il famigerato 1968, cui partecipai anelando a una rivoluzione, non mi ha rovinato.
Mi sono laureata con una tesi, cui lavorai ben due anni, su “Il lavoro alienato in Marx” con i professori Lucio Colletti e Claudio Napoleoni. Napoleoni me la lesse tutta, frase per frase. Intanto volevo lasciare la mia famiglia. Studiai intensamente il tedesco, ottenni in poco tempo il “Kleines Deutsches Sprachdiplom” del 5. anno, rilasciato dall’Università di Monaco. (Esame consigliabile per diventare pazzi: solo un’ora e mezza per scrivere il tema, una sola traccia possibile, su argomento arduo. Ho preso il gut, buono, insieme con una ragazza che era Tedesca. Nessun sehr gut, moltissimi bocciati. (Questo esame, prova di sadismo, è chiamato “piccolo”. Adesso lo si dà al sesto anno, non più al quinto. Il “Grosses Sprachdiplom” – settimo anno – è difficile perfino per i Tedeschi colti).
Dal 1972 al 1976 ho vissuto a Francoforte sul Meno (borsa di studio del Deutscher Akademischer Austauschdienst di Bonn, poi contratto del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Tutorio accademico nel Dipartimento di Sociologia presso il Prof. Helmut Reichelt, con obbligo di insegnamento al posto suo. Avevo vinto una piccola borsa, ma il decano Krupp mise il veto: erano studi sinistri! In Aprile 1976 discussi una dissertazione per il Dottorato alla Libera Università di Brema con i Proff. Helmut Reichelt e Adelheid Bieseker. (Non nomino il titolo del mio lavoro: è troppo lungo e difficile). La dissertazione verteva sul rapporto fra teoria marxiana del valore lavoro e “Produzione di merci a mezzi di merci” di Piero Sraffa (1960), Cambridge (Inghilterra). Summa com laude. (Il voto corrisponde al massimo del danno alla mia salute: somma ingiuria per il mio stomaco).
Nel 1977 tornai in Italia, però a Milano, dove si era trasferita mia sorella con il marito, il cantore e poeta Ivan Della Mea e con la loro bambina Sara. Il mio stupendo dottorato summa cum iniuria non interessò a nessuno. Mi assunse la Olivetti “a scatola chiusa” – dissero: perché conoscevo cinque lingue. Dal 1977 al 1980 lavorai per Renzo Zorzi nell’ufficio Relazioni Culturali, scrivendo il ponderoso libro Design Process Olivetti 1908-1978 che avrebbe dovuto scrivere lui, oppure in alternativa Giovanni Giudici, il poeta. Adriano Olivetti, purtroppo morto nel ’60, aveva chiamato a sé molti artisti. Oltre a Giudici conobbi Ettore Sottsass, Gae Aulenti, Giorgio Soavi, Egidio Bonfante, Milton Gendel, il gentile Hans von Klier (lui Cecoslovacco vissuto a lungo in Germania; parlavamo in tedesco). Strinsi un’amicizia con l’architetto Pierparide Vidari; e un legame intensissimo con Clara Hermo e suo marito Julio Paz (pittore e incisore di vaglia mondiale), che nel funesto 1976 erano fuggiti dall’Argentina dei colonnelli fascisti e criminali. Si andava insieme alla mensa, si scherzava. Leonardo Sinisgalli mi fece una sfuriata delle sue. Giovanni Pintori mi concesse una telefonatina con la segretaria. L’industriale e finanziere Carlo De Benedetti, che nell’hotel Danieli di Venezia mi diede una stretta di mano micidiale, da mellifluo traditore, già tramava per svendere la sanissima Olivetti.
Sposata e madre di un bambino di pochi mesi, mio marito tedesco volle abbandonare l’Italia. Emigrammo nei Paesi Bassi, a Ijssselstein (Utrecht). Là ho insegnato italiano in una scuola, osservando e subendo comportamenti di discriminazione e ignoranza di molte persone. La pianura del bassissimo Paese è fortemente inquinata. Ho assistito a piccole “guerre di religione” fra le mie conoscenti: davvero una nazione di tolleranza e progresso! Dal 1983 al 1984 sono stata ricercatrice all’Università di Tilburgo presso il cortese Professor Jöerg Glombowski, tedesco. Il mio lavoro, una riflessione critica sulle “onde lunghe” nel ciclo dell’economia capitalistica, scritto in inglese e stampato dall’Università, fu presto pubblicato in Germania dall’editore Transfer Verlag Regensburg.
Avevo un ottimo lavoro all’Università; ma la vita triste in Olanda persuase me e mio marito a tornare a Milano. Marco, il nostro amato e unico figlio, aveva quattro anni e chiedeva di poter stare con i suoi nonni. Non volevamo che entrasse a far parte di quella società, in cui le persone non si invitano a pranzo, ostentano rispettabilità nella distanza, nella penuria di buoni piaceri condivisi. Intanto avevo accumulato studi, esperienze, lingue straniere (forse sette, allora), ulteriori pubblicazioni. Però Glombowski mi aveva salutato con le lacrime negli occhi: ti rovini con le tue mani, mi disse. Aveva ragione. A Milano non trovai lavoro neppure come sottosegretaria di una segretaria in un ufficio (comprensibilmente, non mi sopportava: i suoi studi erano inferiori ai miei. Non volle incontrarmi). Più tardi fui supplente di Italiano e Storia a San Donato e a Cernusco sul Naviglio (non esisteva ancora la metropolitana. Fui spesso scambiata per puttana, mentre sulla via attendevo l’auto di un collega). Appassionata di letteratura, per trovare una qualche forma di salvezza frequentavo presso il Teatro Verdi i corsi di Giuseppe Pontiggia (che è stato il mio maestro), di Antonio Porta e di Antonello Nociti (nella ‘Casa Zoiosa’ che aveva fondato con la moglie, la straordinaria Giovanna Tilche).
Siccome fin dal 1978 avevo cominciato a scrivere racconti e studiato la retorica, mi venne in mente di proporre al C.E.P. di Milano un breve corso di teoria dell’argomentazione. Moltissima gente se ne interessò, e cominciai a tenere corsi di retorica per vari anni. Oltre che per il Comune di Milano, lavorai per la Biblioteca di Bollate, il Centro Culturale di ricerca di Monza, il C.O.E. di Milano, associazioni di insegnanti a Brescia e a Milano (C.I.D.I.), l’Istituto di Psicomotricità di Anne-Marie Wille a Milano, il Centro Italiano di Solidarietà di Roma. Intanto avevo dato vita alla “Casa della scrittura”.
La “Casa della scrittura” era una veramente una casa. Sia perché agli inizi ricevevo i miei allievi in casa dei miei ormai vecchi genitori, che da Roma si erano trasferiti a Milano in Via Morosini. Sia perché accoglieva con calore persone diverse per censo, studi, interessi, disponibilità finanziarie. Iniziativa unica nella Milano di quegli anni, era animata dal desiderio di nutrire il corpo e l’anima. Il mio corso – che preparavo ogni volta nei dettagli presentando sempre nuovi autori e altri brani e tenendo un vero e proprio laboratorio di scrittura in cui venivano analizzati i testi degli allievi – si nutriva di incontri con scrittori (Giovanni Mariotti, Giampiero Neri, Luciano Della Mea, Donatella Bisutti, Elena Milani, altri) e artisti quali il pittore e incisore argentino Julio Paz e il pianista Adalberto Maria Riva. C’erano buone cose da sgranocchiare durante le lezioni; poi gite e feste in allegria. I proventi erano in gran parte destinati a gente povera che conoscevo e a varie Onlus. I corsisti squattrinati assistevano gratis.
Feci amicizie per la vita: con Elena Biltchinskaia di Mosca, che ha vinto il premio Eugenio Montale per la poesia inedita proprio mentre frequentava i miei corsi; con la psicologa e saggista Patrizia Taccani, donna di impareggiabile generosità; con la cara insegnante e narratrice Barbara Pagliari; con la musicista, psicomotricista e scrittrice Anne-Marie Wille nata a Ginevra; con il pluriesperto e geniale Paolo Ferrario, formatore nell’area del sociale; con la giornalista e scrittrice Gloria Valdonio; con Angela Passarello che è scrittrice, scultrice e pittrice; con la poetessa e saggista Pasqualina Deriu; con Elisabetta Camussi, persona di straordinario impegno come docente universitaria che ora scrive ottimi articoli per il quotidiano la Repubblica; con la poetessa Ines Capra Marone; con la prosatrice Angela Giannitrapani; con Giovanna Cristiani amante delle gemme e dei racconti; con l’assistente sociale Giuseppina Paletti che pianse di gioia quando io – all’improvviso – lessi una sua poesia nella presentazione della rivista “Il Monte Analogo”; con il pittore, scultore e narratore di erotismo Bassano Merli; con Eliana Buffoni assistente di Giancarlo Parolini, ex preside cieco, uno scrittore finissimo che vedeva bene tutto quanto gli interessava. Luca Capanelli è tuttora mio caro amico e sodale (amiamo L. F. Céline).
E con molte altre care persone ho dato e ricevuto doni, così tante che non ho spazio per nominarle. Di certo sentivano che tenevo le lezioni non per far soldi o acquistare fama, ma perché credevo profondamente nell’utilità del mio lavoro per loro, cui era diretto. Per me fu un quasi ventennale impegno magnifico, però di grande fatica: ero organizzatrice, segretaria, telefonista, galoppina e…. docente. Grazie a un’abile argomentazione una ragazza riuscì finalmente a farsi assumere dal suo capo; una madre si riavvicinò alla figlia che aveva smesso di frequentare la scuola ed era scappata di casa. Consolante era quel confrontarsi e mescolarsi di energie, di anime. L’ultima sede fu il parterre del bellissimo negozio di strumenti musicali di Paola Mitarotonda, una persona esperta, umile e onestissima da cui ho acquistato un magnifico Steinway verticale. Anche lei è diventata e rimasta una preziosa amica per la vita.
Non davo voti. I miei criteri circa il valore degli scritti tenevano ben conto delle possibilità e dei talenti che ciascun allievo possedeva. Sempre dicevo che le mie lezioni non avrebbero prodotto uno scrittore: per diventare scrittori non basta un corso, e neppure tre. Indirizzavo le mie forze nell’intento di far capire l’enorme differenza (che pochissimi vedono) tra un testo semplice e un testo semplicistico. Il primo è ricco di sensi riposti, il secondo è insulso e piatto. Oggi è quest’ultimo ciò che piace, fa “evadere” (o viene scambiato per testo sincero, vero. Ottiene talora premi importanti).
Da parecchio tempo cerco di coltivare la mindfulness buddhista e il “pensiero propositivo”. Miei maestri sono Gabriella Campioni e Marco Coccioli.
Per molti anni ho suonato alla chitarra i canti di mio cognato, il cantore “comunista e cristiano” Ivan Della Mea (1940 – 2009), su cui Alessio Lega ha pubblicato il libro La nave dei folli. Vita e canti di Ivan Della Mea, Agenzia X, Milano 2019. Suono il pianoforte da dilettante. Canto come soprano nel magnifico coro “Cantosospeso” del Maestro Martinho Lutero Galati de Oliveira, all’inizio diretto da Claudia Regina Costa e adesso da Tais Conte Renzetti, con l’ausilio del pianista Adrian Roque Santana e del baritono, pianista e docente Davide Rocca. Paola Bonara è accorta organizzatrice nonché contralto. Martinho Lutero ci segue e benedice dal luogo misterioso in cui si trova: ineguagliabile musicista, amico e Maestro per sempre. La sua compagna Sira Milani nel coro gemello “Luther King” (anch’esso fondato da Martinho Lutero) canta con noi da San Paolo del Brasile e spesso viene a trovarci per un concerto a cento voci. Questi due cori sono un esempio di “utopia del possibile”: ricerca nel rispetto e memoria di popoli oppressi le cui canzoni di amore, fede, speranza restano “sospese” in una Storia scritta dai vincitori. Come indicava Luigi Nono nell’opera polifonica “Canto sospeso”, cerchiamo di far sentire la pace del cuore, la condivisione e la compassione nell’indifferenza dei molti.
Perché il canto non deve, non può finire. E, come la buona scrittura, è un atto etico e politico. Ognuno di noi ha la sua parte.
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